Viaggio lungo la Panamericana

La Inter American Highway, la strada che attraversa il continente, è un mito dei viaggiatori. Un autore di guide ne ha percorso in sei mesi il tratto centramericano, da sud a nord fino al confine con il Messico, e per D ha scritto un diario on the road in due puntate. Si comincia con le avventure a Panama, in Costa Rica e Nicaragua.
di Piero Tarallo

Ogni viaggio è un’avventura dello spirito, un percorso di conoscenza e una scoperta di sé”, sosteneva Freya Stark, l’ultima grandeLas Perlas (4) viaggiatrice del secolo scorso. E per me questo lo è più di qualsiasi altro fatto finora. Alle spalle mi sono lasciato le Ande dell’Ecuador, cariche di nevi eterne, con vulcani che si sono risvegliati da un letargo durato secoli. Ormai non conto più né i giorni né i mesi, che scorrono veloci in una dimensione senza tempo. Sto inventando qui uno dei più affascinanti viaggi della mia vita, che mi porterà attraverso tutto il Centro America da sud a nord, fino al Guatemala, lungo un arco di terre e Paesi sgranati sul filo della Carretera Panamericana, la grande arteria progettata negli anni Trenta, che da Fairbanks, in Alaska, arriva fino a Ushuaia, nella Terra del Fuoco cilena, coprendo 24.000 km.

E il posto giusto per iniziarlo è Panama City, capitale adrenalinica di uno Stato che quest’anno compie i suoi primi cento anni di indipendenza. Sulla baia si specchia uno skyline fatto di grattacieli postmoderni, sedi di multinazionali, banche, alberghi e residenze superlusso, ma anche di dimore del Seicento e del Settecento che si appoggiano a costruzioni del Novecento, in una mescolanza di architetture coloniali spagnole e francesi, liberty e neoclassiche, barocche e rococò. Un campionario di fastosi edifici che si allunga sulla penisola di San Felipe e che racchiude i gioielli del Casco Viejo dichiarati nel 1998 dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità. Si danno gran daffare imprese edili, muratori e architetti. E i risultati si vedono. Ogni giorno un palazzo, un angolo di strada, una chiesa sono sottratti al degrado e all’abbandono. Le case dalle facciate rosse, azzurre, gialle e arancio non sono più degradate da muffe e macchie di umidità. Chi ha soldi e gusto investe perché ha finalmente capito che antico è bello, e poi piace ai turisti e fa immagine. Non a caso vengono a vivere nei patii profumati di gelsomino e tuberose intellettuali e politici, giornalisti e stilisti. Purché danarosi. Perché i prezzi salgono e restaurare costa, anche se lo Stato ha previsto agevolazioni speciali. Qui si è spostata la movida panameña. Tutti mi dicono che il primo passo delle “noches muy Tabogacalientes” metropolitane è sedersi a un tavolino del Café de Asis, in plaza Bolívar. Lo faccio subito. Effetto globalizzazione: qui, come in qualsiasi città o Paese del mondo, è un continuo far “vasche”, passeggiare vestiti alla moda (globalizzata, ovviamente) fino a tirare l’ora di andare in discoteca. Variante locale: le ragazze sono creole dalla pelle vellutata di una bellezza da togliere il fiato, i ragazzi hanno l’aria scanzonata dei caraibici e corpi perfetti, scolpiti dalla ginnastica. Il secondo consiglio è “cena al Tantra’s”, ristorante trendy in plaza Catedral, ricavato nel salone delle feste dell’Hotel Central, mitico albergo liberty immortalato nel film Il sarto di Panama, tratto dall’omonimo romanzo di John Le Carré. La notte poi passa nella discoteca Mantra fra ritmi latino-americani, indiani e arabi, luci stroboscopiche e alcove dagli arredi exotic-kitsch. Aspettando l’alba, camminando in queste calli ormai un po’ finte, mi chiedo dove andranno a finire drogati e spacciatori, poveri cristi senza lavoro e famiglie piene di bambini, cacciati da questo territorio che per decenni è stato loro e di Noriega. Perché “buccia d’arancia” aveva aperto qui il “club de descanso” per i suoi ufficiali, paradiso di più o meno leciti piaceri, donnine facili e cocaina comprese. Preso a cannonate e assaltato dai gringos, oggi è ridotto a un cumulo di rovine. “Ma questi sono problemi per preti di strada, assistenti sociali e no global con impegno sociale”, mi dice Antonio Sanchéz, architetto in carriera. “Problemi che qui vengono risolti con pragmatismo, senza retorica populista. A ogni famiglia è assicurata una casa, nuova e pulita, fuori dal centro, in uno dei tanti quartieri che sono in costruzione nelle zone periferiche”. Anche la Calzada de Amador, che si allunga fra le onde del Pacifico, è cambiata molto dal 1999, anno in cui gli Usa hanno consegnato il Canale al suo legittimo proprietario, il governo locale. L’Autoridad de la Región Interoceánica de Panamá ha stanziato 35 milioni di dollari Usa per dotare di servizi pubblici i suoi 160 ettari. Il resto lo stanno realizzando i privati. “Il nostro progetto, Panama Canal Village, punta sul “Boulevard de alta moda” con gli show room delle firme più prestigiose del mondo”, spiega Jean Figali, 35 anni, nonni italiani e sorriso da sciupafemmine. “Ci saranno anche un hotel cinque stelle, ville, casinò, centro congressi e ristoranti per un investimento iniziale di 15 milioni di dollari”. Ma non solo. Nel 2006 sarà inaugurato il Museo de la Biodiversidad, progettato dall’architetto canadese Frank O. Gehry, ideatore del Museo Guggenheim di Bilbao, per evidenziare il ruolo che l’Istmo ha avuto nel corso dei millenni nella vita del pianeta. Sulla via España, regno dello shopping elegante, sfilano, accanto a signore firmate Versace, arrampicate su tacchi da vertigine, gruppi di donne di etnia kuna, vestite con i loro costumi tradizionali, le molas: patchwork coloratissimi che hanno fatto il giro del mondo dando un apporto sostanziale alla storia del design universale. “Le molas furono create all’inizio di ogni tempo a Kalu Tuipis, un posto mistico dove risiedono gli spiriti dei nostri antenati”, mi racconta Beatriz Martinez che vende i suoi piccoli capolavori nel Centro Artesanal de Panama Vieja. “La prima donna kuna che arrivò in questo lugar mitico fu Olonaguedili, che qui apprese la tecnica e vide tutti i modelli. Tornata sulla Terra, insegnò alle sue figlie a creare le molas. Prima dell’arrivo degli spagnoli le donne kuna dipingevano le molas sopra il proprio corpo nudo. Poi i missionari bigotti le obbligarono a portare abiti e così iniziarono a realizzarle su tessuto”. Lascio Panama City e attraverso il Puente de Las Americas. Tutto in ferro, sospeso nel cielo, scavalca il Canale e collega due mondi distanti anni luce: a sud la selva del Darién e a nord il nuovo che avanza. Accanto alle automobili giapponesi nuove fiammanti sfrecciano pullman che un tempo erano scuola-bus nordamericani reinterpretati in stile locale con sui grandi cofani e sulle fiancate i dipinti naïf iperrealisti di Cristo e del Che, di rock-star e attori, di Maradona e Madre Teresa. La Panamericana in questo tratto diventa un’autostrada che attraversa una regione verdissima, trasformata nel secolo passato da coloni svizzeri e tedeschi in un angolo d’Europa. Come a Boquete, dove ogni anno a gennaio si tiene la “Feria de las Flores”, la più grande esposizione di fiori di tutto il Centro America, con dalie, rose e petunie che qui hanno il fascino dell’esotico e sono molto ricercate. “Perché ricordano i Paesi d’origine dei nostri padri e sono diventate una sorta di status symbol per i nuovi ricchi”, spiega Doña Deianira appassionata botanica che ha creato El Explorador, giardino tempestato di sculture realizzate con materiali riciclati. paseo-las-bovedas

A Paso Canoas c’è il confine con il Costa Rica. I coyotes, cambiavalute abilissimi nell’imbrogliare i turisti, ti inseguono implacabili: “Holá, gringo, quieres cambio?”. Terra di generali golpisti, di guerriglia e dittature, il Costa Rica ha buttato alle ortiche, nel 1949, militari ed esercito e ha elaborato una coscienza civile e democratica profondamente differente rispetto a quella di questo difficile Centro America. “Magia de la naturaleza”. È lo slogan con cui questa Svizzera in versione creola si è imposta all’attenzione del mondo, riuscendo a proporsi come destinazione ecologica nel segno della natura. Ogni anno arrivano più di 1 milione 200 mila turisti attirati proprio dal fatto che non esiste Paese sulla Terra che offra, in una superficie così ristretta, una ricchezza biologica talmente enorme: in soli 51 mila kmq si trova il 6% della biodiversità mondiale. Da decenni in questo paradiso terrestre gli Italiani sono di casa. Pare ve ne siano ben 40 mila di tutti i tipi e di tutti i passati. Appena arrivo a San Vito, cittadina a 980 metri di altitudine, mi sembra di essere in un paesino della nostra provincia. Insegne di ristoranti e negozi in italiano e caffè all’aperto pieni di gente. “Tutto merito di Vito Sansonetti, romano, ex-ammiraglio, che negli anni Cinquanta ha colonizzato l’altopiano di Coto Brus, portando con sé molti connazionali. Un’opera ciclopica che oggi forse farebbe molto discutere, in quanto trasformò gran parte della foresta vergine in un’area agricola”, racconta Antonio Pagni che vive qui ormai da parecchi anni. “La sua storia è raccontata nel libro Ho bruciato le mie navi tra queste montagne. Lo legga. Sicuramente capirà cosa voleva dire essere emigranti in quegli anni”. Immigrato di lusso è invece Benedetto Wallnöfer che a Sierpe, alle porte del Corcovado National Park, uno dei parchi nazionali più belli del Costa Rica, affacciato sul Pacifico, ha costruito la sua casa in una radura fra alberi secolari. “Sono arrivato da queste parti per la prima volta nel 1978 e me ne sono subito innamorato. Ho capito che questo era il mio “buen retiro”. Nel 1993 ho iniziato a costruire la mia casa e alcuni bungalow dove accolgo gli ospiti. L’ho chiamata Veragua River House perché in questo luogo la bellezza della natura non ha la patina finta della cartolina illustrata”. Wallnöfer, gentleman dal fisico asciutto e aristocratico, continua a dipingere i suoi grandi quadri, dove rivisita con ironia le opere dei più famosi maestri del passato, e a coltivare le sue piante, esaltando le sfumature infinite dei fiori. In fuga dalle nevrosi occidentali e dal mondo della carta stampata Antonietta Onofri, ex-giornalista de L’Europeo, ha lasciato Milano nel 1992 e con il marito Claudio si è trasferita a Playa Tamarindo per realizzare il sogno della sua vita: nuotare fra mante, orche e balene. Oggi dirige l’Agua Rica, uno dei maggiori diving center di questa località ormai nota al turismo di massa.

La Panamericana entra ora in Nicaragua, il più vasto degli Stati del Centro America che, con soli 380 dollari Usa l’anno di reddito pro-capite, è anche il più povero. Sono passati 16 anni dalla vittoria dei sandinisti e dalla cacciata della dittatura della famiglia Somoza e molte cose sono cambiate, molte utopie andate in pezzi. I giovani conoscono poco la storia della “Revolución hermosa” e preferiscono i miti e i feticci del consumismo globalizzato. Oggi il Nicaragua ha voltato pagina con il suo passato di sangue e cerca un po’ di normalità e briciole di benessere per assicurare di che vivere a una popolazione di cui il 70% soffre la fame e non ha un lavoro fisso. “Per uscire dal sottosviluppo il mio Paese punta sulle bellezze naturali e sui monumenti. Cioè, sul turismo. Stanno già arrivando le prime avanguardie: giovani provenienti da ogni parte del mondo”, sostiene Alvaro Molina, 40 anni, appassionato ecologista, che ha aperto un bed & breakfast per backpacker a Ometepe, dove si dorme e si mangia per soli 5 dollari al giorno, collegato con la vicina Estación Biológica in cui ricercatori portano avanti importanti studi sull’habitat naturale di questa straordinaria isola, nel centro del Lago de Nicaragua. Dopo tre ore di ferry, fra onde ribelli e improvvise folate di vento, arrivo a Granada dove mi aspetta Cochi Granados, giramondo nata a Saragoza in Spagna, che in una dimora coloniale ha aperto un ristorante tutto fiorito: “Questo è un angolo di energie positive, accumulate in un lungo viaggio fatto in Tibet, attorno al Monte Kailash, la montagna sacra dei buddhisti e degli indù, che mi hanno portato in questa cittadina disegnata da magici architetti”, racconta. Città coloniale e d’arte, Granada sta vivendo un autentico boom turistico-culturale: sono molti gli stranieri che arrivano e comprano i palazzi barocchi e neoclassici del centro storico. È venerdì sera e in plaza Central si fa festa. La banda sul gazebo liberty suona merengue e canzoni romantiche, carrettini vendono yucca fritta e gelati, gli innamorati si tengono per mano, i bambini saltano eccitati. È come se tutti fossero impegnati a dimenticare i lunghi anni di guerra. Ma a León, 300 km più a nord, tutto il passato ritorna. Sui muri di questa eroica città coloniale i murales urlano ancora il dolore degli studenti trucidati dagli squadroni della morte di Anastasio Somoza, addestrati dai “consiglieri” nordamericani inviati da Reagan. Entro nella “Galeria de los Héroes y Mártires”, dove sulle pareti sono allineate le foto di oltre 1000 giovani morti per la libertà. Nel loro sguardo, sicuro e fiero, c’è la luce di chi sa di combattere per una causa giusta. Vestali di questo sacrario casalingo sono due anziane battagliere, Conceptíon Toruño Varela e Luisa Amanda Baldisson, cui hanno ammazzato rispettivamente due e tre figli, seppellendoli ancora vivi. “Viviamo nel loro ricordo e in nome loro continuiamo la battaglia per aiutare le madri dei martiri e lottiamo perché le cose cambino davvero”, dicono. E la loro voce orgogliosa non trema. “Ma non è più tempo del dolore”, dice Gherardo Polancho, studente universitario. “Il Nicaragua è andato avanti. L’Fsln (Fronte sandinista di liberazione nazionale) è ora un partito e amministra dal 2000 11 delle 17 capitali dipartimentali, Managua e León comprese. Daniel Ortega, leader del partito sandinista, ha cambiato linea. In vista delle presidenziali del 2006 ha abbandonato il massimalismo rivoluzionario e punta sul riformismo neoliberista”. Oltre il dolore e gli orrori di una guerra fratricida il cammino della speranza continua. Come il mio viaggio lungo la Panamericana che qui inizia ad arrampicarsi sui tornanti di montagne sempre più alte, fra piantagioni di tabacco e caffè, pinete e paesini bianchi. Continuo verso El Salvador, Honduras e Guatemala, dove i Maya hanno tessuto i misteri e i riti della loro storia millenaria e hanno costruito straordinarie città. Per vivere altre storie e altri sogni. (Segue sul prossimo numero)

Una capitale insonne e caliente Panama City è una capitale insonne e adrenalinica. Nei suoi caffè e ristoranti si può bere e mangiare a tutte le ore. Nelle discoteche si ballano dance, trance, lounge, rock e acid mixate con salsa, merengue, cumbia e reggae. E scampoli di trasgressioni fra señoritas seducenti e disponibili, avventurieri malditos, dagli oscuri passati e dall’incerto avvenire, e giovani panameñi in carriera, si consumano ancora nei club alla moda, come ai tempi degli yankees e di Noriega. Per l’aperitivo social si va in plaza Bolivar allo Zanzibar mentre al Café de Asis va chi preferisce atmosfere soft al lume di candela. L’alternativa al ristorante Tantra’s, in plaza Catedral (tel. 2628788) è il Las Bovedas (plaza de Francia, tel. 2288058) dove, sotto volte di mattoni rossi che erano il cielo per i carcerati di un tempo, si preparano specialità francesi e si ascolta jazz dal vivo. Nell’Hotel The Bristol (Av Aquilino De La Guardia, tel. 2657844, www.lhw.com/bristolpan, bristol@thbristol.co; da 180 $ Usa), ogni ospite ha a disposizione un maggiordomo personale. Inoltre la musica, i colori dei fiori, i cuscini, il tipo di lenzuola e di coperte, l’orientamento delle luci in camera è personalizzato a seconda dei desideri del cliente. Più economico l’Hotel Marbella (Calle D, El Cangrejo, tel. 2632220, da 40 $ Usa), centrale e confortevole.

Una notte in Costa Rica È la capitale San José a offrire una vita notturna abbastanza vivace. Da Le Monastère, nel quartiere residenziale di Escazù (tel. 2894404, aperto solo la sera), ricavato in un monastero del ’600, si mangiano piatti francesi. Il Caffè Britt, al piano terra dell’ottocentesco Teatro Nacional (plaza de la Cultura, tel. 2213262), prepara piatti tipici e internazionali. La sala è strepitosa ed elegante con decori neoclassici e liberty. Arte Latino (Calle 5, Av. 1) è la galleria d’arte più nota della città dove i giovani artisti di tendenza e neorealisti espongono le loro ultime opere. Si dorme con la storia in piacevoli hotel de charme. Fleur de Lys (Calle 13 Av. 2 y 6, tel. 2231206; da 130 $ Usa), in un edificio del 1926, ha 26 camere con arredi d’epoca. Il suo ristorante è fra i migliori della città. Don Fadrique (Calle 37, Av. 8, Los Yoses, tel. 2258166; 120 $ Usa), ha arredi e quadri di pregio perché fu la dimora dell’architetto Don Fadrique Gitierrez, vissuto ai primi del ’900.

Charme coloniale in Nicaragua A Managua: il migliore ristorante è la Cocina de Dona Haydèe (Planes de Altamira, Carretera a Masaya km 4,5, tel. 2706100): arredi in stile coloniale, musica tradizionale e la strepitosa cucina del territorio della proprietaria e delle sue due figlie. Il Maracas Inn Bed & Breakfast (1 Calle al Norte y 1 Calle y media all’Oeste, tel. 2668612; da 50 $ Usa) è un piccolo hotel de charme, nel cuore del barrio Bolonia: patii, verande e 12 camere con mobili artigianali e una piscina immersa in un giardino fiorito. A Granada: fascino coloniale nelle 20 camere dell’Hotel La Gran Francia (Esquina Sureste del Parque Central, tel. 5526000; da 110 $ Usa) aperto nella primavera del 2003. A León: El Convento (Calle Rubèn Darío, tel. 3117053; www.hotelconvento.com.ni; da 110 $ Usa), in una dimora e in un convento seicenteschi, è uno degli edifici più pregevoli della città. Al ristorante El Victoriano, e da El Patio, caffetteria di fronte al giardino, piatti di cucina internazionale.

 

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